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 With the submission of the project One-Hundred Houses for One-Hundred European Architects of the Twentieth Century financed by the EU Cultural Committee within the Programme “Culture 2000”, the DPA (Department of Architectural Design) of the Politecnico di Milano, has undertaken an innovative and specific action within an international project of co-operation. Its aims are to preserve, share, evaluate and protect the common European heritage constituted by the residential houses/homes of the most important modern European architects.
The project sees the participation of twenty institutions from sixteen countries, fifteen of which are members of the EU. It has created the MEAM Net (Modern European Architecture - Museum Network), whose aim is to establish a network linking all the residential houses of modern European architects. The historical and cultural value of these buildings - sometimes just domestic interiors - represents an extraordinary legacy at European level that goes beyond the field of architecture and requires an adequate campaign of sensibilisation.
The programme also intends to highlight the contribution of architects seen as an intellectual figures who participate in the formation of national and European cultural identity, thus occupying an analogous position to that of writers, poets, musicians, etc. The central idea is to focus attention on the transnational dimension of certain cultural practices and production that includes architecture, in order to propose a sense of European Identity developed on the basis of hybridity, contamination, and transit.
Le case degli architetti. di Gennaro Postiglione.
Lo spazio domestico, simbolo dell'essere stanziale, possiede la capacità di registrare il divenire della cultura adeguandosi non soltanto ai mutevoli bisogni dell'abitare nel tempo, ma rendendosi trasmettitore e ricettore di reciproche influenze, contaminazioni, stili, che inseriscono la cultura e la progettazione architettonica all'interno di una più ampia cornice che supera i confini nazionali. Il riconoscimento dell'architettura come pratica culturale ibrida e del suo valore transnazionale impone quindi una revisione del valore del manufatto edilizio, ampliandone lo statuto e sollecitando una nuova attenzione verso lo spazio domestico, soglia apparentemente invalicabile del privato.
Occuparsi pertanto delle case degli architetti non è né una pratica voyeristica né una questione intimista, piuttosto una necessità per capire meglio le poetiche e le politiche che hanno attraversato la storia dell'architettura consentendone di cogliere la continua migrazione di idee, valori, pensieri, che accompagna la modernità. Proporre una riflessione, inoltre, sulla dimensione transnazionale delle pratiche culturali - e dell'architettura in particolare - significa anche riconoscere l'impossibilità di confezionare un unico ed omogeneo io/noi collettivo (il "noi" occidentale), aprendo lo spazio privato all'ignoto. Come rileva Iain Chambers, riprendendo Gorge Simmel e Jaques Derrida, la casa è situata in un traffico a doppio senso: la porta e le finestre non solo consentono di connettersi all'esterno, ma costituiscono anche le vie di comunicazione attraverso cui l'altro, l'estraneo, il diverso entra a popolare la scena domestica . L'irruzione dell'altro nel quotidiano fa coabitare l'heimlich con l'unheimlich - il familiare con lo sconosciuto/il perturbante -, sgretola le fiducie positiviste fondate sulla dialettica della contrapposizione, mina alla base l'idea stessa di "autenticità" e di "comunità originali" su cui la cultura occidentale ha organizzato il proprio sapere e costruito le proprie tradizioni.
L'interno domestico riscatta la sua condizione subalterna, divenendo il luogo privilegiato del fare e del disvelare attraverso cui l'uomo conosce e ordina il mondo che lo circonda, secondo quanto afferma anche Christian Norberg-Schulz . Da sempre relegato a spazio di interesse minore, per i risvolti intimisti e privati che lo contraddistinguono, l'interno deve la sua scarsa fortuna critica anche alla caducità stessa della sua consistenza materica. Legato alle necessità di soddisfare il benessere hic et nunc individuale, soggettivo, particolare, è per definizione effimero, mutevole, come lo sono i bisogni dei suoi abitanti e pertanto penalizzato da una critica tutta sbilanciata su manifestazioni più durature di valori generali e collettivi, quale può essere intesa in maniera ampia l'architettura. E' la rivincita dello spazio domestico che, lungi dall'essere una questione esclusivamente privata, mostra e dimostra come la casa sia non solo un luogo di vita ma anche di cultura, inserendola in una fitta rete di relazioni, scambi, contaminazioni che ne amplificano il valore.
L'interesse antropologico verso un prodotto culturale, però, trova nel caso della casa dell'architetto anche un ulteriore elemento di valorizzazione. Luogo di sperimentazione in corpore vili, anche quando non espressamente definibile come capolavoro, l'abitazione che un architetto realizza per sé offre la presenza contemporanea di un doppio registro: essere insieme opera e biografia dell'autore.
Veri e propri luoghi di scambio e di produzione culturale, le case che gli architetti hanno progettato per sé, o in cui hanno solo risieduto durante parte della loro vita, offrono l'opportunità di gettare luce inedita su un patrimonio storico quasi del tutto lasciato in ombra, riconoscendone i valori, promovendone la conservazione e la tutela, e suggerendo di eleggere lo spazio domestico come luogo attivo di cultura. Una interpretazione che mira a riconoscere la figura dell'architetto non più solo come quella di un tecnico depositario di un linguaggio specialistico con preciso un ruolo nell'ambito del proprio mestiere, ma piuttosto come di un intellettuale che, alla pari di uno scrittore, musicista o di un qualsiasi altro artista, si rende portavoce ed interprete di valori culturali condivisibili e pertanto non legati in maniera esclusiva al proprio paese.
Ogni percorso espressivo, nella sua individuale peculiarità, segna un passaggio carico di continuità e discontinuità, ove le sintonie e le dissonanze di una tradizione architettonica raccontano innanzitutto dell'uomo e della sua storia, che certo travalica la circoscritta intimità delle mura domestiche.
L'itinerario proposto da Adriano Cornoldi in "Le case degli architetti. Dizionario privato dal Rinascimento ad oggi" , come quello del gruppo di ricerca sugli interni del Politecnico di Milano in "Cento case per cento architetti europei del novecento" , rappresentano due delle articolazioni possibili; entrambi animati soprattutto dalla volontà di formare, o meglio di suggerire, un "virtuale" museo all'aperto dell'architettura attraverso i suoi interpreti, fornendo ad un pubblico ampio le tracce, talvolta semplici resti, delle abitazioni ancora visitabili nella loro integrità come di quelle andate distrutte o completamente modificate.
Lungi dall'essere una presentazione esaustiva di opere singolari (le proprie abitazioni) di un limitato numero di autori (quelli inclusi nelle due raccolte), le due ricerche pongono parallelamente per la prima volta in maniera coerente e articolata la questione centrale del riconoscimento, e della divulgazione, di un nuovo "bene culturale" a cui fin'ora pochi si erano interessati: le dimore di alcuni interpreti dell'architettura. Autori noti, accanto ad autori meno conosciuti mostrano la costruzione di un panorama "transnazionale" diverso da quello che si può riscontrare scorrendo le più note storie, senza per questo ambire ad una classifica ma con l'obiettivo di scrivere un racconto in cui internazionalismo e regionalismo si integrano con la quotidianità più minuta dei suoi interpreti, fornendo un'immagine dell'insieme lontana da visoni stereotipate. La ricca rete di relazioni, che interseca e collega le vite degli autori, arricchisce la complessità del tema e offre la prova concreta dell'impossibilità di chiudere una pratica culturale all'interno di determinati confini politici. La proposta non è infatti quella di un semplice allargamento delle frontiere: da quelle nazionali a quelle più ampie europee, e così di seguito, quanto piuttosto di una messa in discussione dell'idea stessa di limite e di confine, quando il discorso dal piano politico si sposta a quello culturale. Il confine diviene un terreno mobile, incerto, uno spazio ibrido e di contaminazione, capace di dare vita ad una rete di relazioni, scambi, mutazioni, prestiti, migrazioni che non sempre vengono riconosciuti in quanto tali.
Riconoscere e contribuire a divulgare il valore delle case degli architetti porta con sé anche un'altra questione molto delicata, quella relativa ai modi e alle possibilità di preservare e conservarne l'esistenza. L'idea di una musealizzazione diffusa appare essere infatti l'unica via di uscita per un patrimonio in continuo e rapido logoramento. Del tutto simili a tutte le questioni relative agli interventi di manutenzione e restauro di altri beni culturali e/o architettonici, le case degli architetti presentano alcune problematiche in più legate alle specifiche condizioni di esercizio e d'uso che ne impediscono una conversione tout court a spazi pubblici, essendo invece per natura e contenuto il luogo privilegiato della privacy. Ciononostante il numero di case-museo è in continuo aumento e la presenza di alcuni casi-studio è già disponibile come guida e orientamento per il futuro: dal restauro della Maison de verre di Pierre Chareau a Parigi a quello della casa di Frank Lloyd Wright a Chicago, da quello del Weissenhof di Stoccarda a quello della casa di Bruno Taut a Berlino. Case in cui si cerca un compromesso non semplice rispetto al tempo da privilegiare nel restauro, agli usi da consentire nell'esercizio, alle condizioni da imporre, con il desiderio "perverso" di non trasformare l'abitazione in un "museo", per mantenerne quella dimensione domestica che la contraddistingue da altri manufatti e che la caratterizza come luogo di vita e di cultura insieme.
La questione della musealizzazione riporta anch'essa il discorso culturale al centro della discussione.
Sorto per incarnare la retorica del potere del sapere, il museo - o i suoi precursori quali i cabinets des curiex o le Wunderkammern -, e la sua forma, hanno seguito uno sviluppo di continua apertura dei propri confini e di modificazione dei propri scopi secondo un processo che ha nei secoli ampliato la fascia dei fruitori da un ristretto e privilegiato gruppo alla massa . Eppure, nonostante la maggiore permeabilità dei suoi margini, e la trasformazione del suo ruolo, il museo ha conservato la connotazione di architettura per la manifestazione pubblica del potere politico, di luogo privilegiato dell'esercizio di un controllo che non ha più la forma della segregazione quanto piuttosto quella della fondazione di una identità nazionale in cui riconoscersi . Il museo infatti rappresenta la "forma" istituzionale della memoria occidentale, e in particolar modo del gruppo sociale che lo genera, fornendo una precisa immagine della cultura "dominante".
La messa in discussione dell'universalismo positivistico, da una parte, e dell'idea stessa di identità culturale come fattore di discriminazione, dall'altra, mina alla base la struttura globale del sapere/potere abituata fino a tempi recenti ad articolarsi in maniera autonoma e incontestata . Come apertura verso altre storie e altre culture che abitano il moderno, e che hanno la stessa legittimità di essere rappresentate nei luoghi a ciò preposti, il museo - e soprattutto la musealizzazione delle case degli architetti - deve scoprire la necessità di riscrivere la storia di quel passato e di quella memoria che è incaricato di conservare. Una ri-scrittura capace di rinunziare programmaticamente alla contrapposizione delle diversità e di essere inclusiva piuttosto che "segregativa", relativizzando la condizione della cultura dominante e rendendo omogenei i soggetti gli uni rispetto agli altri.
Mutuando il concetto di contact zone da M. L. Pratt, ossia quel luogo in cui persone geograficamente e storicamente separate vengono in contatto tra loro stabilendo delle relazioni reciproche, interattive, si può operare un ripensamento dell'identità del museo. Se i musei si trasformano in "zone di contatto", la loro struttura organizzativa intesa come "collezione" diventa un'attuale relazione storica, politica, morale: uno scambio di relazioni . In maniera per certi versi utopica i musei vanno ripensati come spazi pubblici di collaborazione, controllo condiviso e traduzione complessa. In una prospettiva di contatto che ambisca a una specificità locale/globale di scelte relative all'inclusione, integrità, dialogo, e quella della gestione, produzione e ricerca , la realizzazione di una rete museale dell'architettura attraverso la musealizzazione delle abitazioni appartenute e/o realizzate dagli architetti rappresenta una sfida per certi versi utopica.
Fondata sul valore transnazionale delle pratiche culturali, la rete potrebbe concretamente costituire un luogo di integrazione sociale e culturale di identità diverse.
Frammenti di un discorso ben lontano dell'essere esaurito, i contenuti molteplici che risiedono in quello piccolo spicchio di mondo che è lo spazio domestico ben si prestano alla sperimentazione interpretativa, nel tentativo di individuare una direzione, piuttosto che di tracciare una strada, e di fornire una mappa incerta al viaggiatore moderno.
NOTE
1. Cfr.: I. Chambers, Le fondamenta disturbate e il linguaggio degli habitat infestati dai fantasmi, paper alla conferenza internazionale Cento case per cento architetti europei del novecento, ottobre 2001, Triennale di Milano.
2. Cfr.: C. Norberg-Schulz, L'Abitare, Milano 1986.
3. A. Cornoldi, a cura di, Le case degli architetti. Dizionario privato dal Rinascimento ad oggi, Venezia 2001.
4. G. Postiglione, a cura di, Cento case per cento architetti europei del novecento, mostra itinerante con catalogo omonimo, prima inaugurazione settembre 2001 presso La Triennale di Milano.
5. Cfr.: T. Bennett, The birth of the Museum, London & New York 1995.
6. Cfr.:I. Karp, D. Lavine (ed.), Exhibiting Cultures, Washington 1992.
7. Cfr.: J. Clifford, op.cit.; H. K. Bhabha, The location f culture, London & New York 1994.
8. Cfr.: J. Clifford, Routes, Harvard 1997 Ibidem.
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